Li chiamano freelance

Immagine

Li chiamano freelance, sono giornalisti, grafici, informatici, ma per il mondo economico sono carne da macello, agrumi da spremere e poi gettare. Sono giovani bravi nel loro lavoro che danno il massimo in ciò che fanno ma che ricevono il minimo. Li chiamano e si fanno chiamare freelance che in italiano si traduce in precari. Si, in italiano perché nel resto del mondo Freelance si traduce in “lancia libera”, guerriero indipendente, mercenario. Sono usati dai giornali per fare il lavoro sporco quello che i professionisti si rifiutano di fare: le inchieste scomode, le interviste vere, dove la domanda e la risposta non sono concordate.

Sono i grafici che se realizzano il logo della Coca-Cola vengono pagati cento dollari; sono l’interprete come Clare Torry della canzone di The Great Gig in the Sky dei Pink Floyd che, con un compenso di appena trenta sterline, ha cantato la canzone che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo. Sono geni, scrittori, musicisti, artisti: quello che di meglio questo mondo può offrire al mercato economico, quello che di meglio il mercato usa e poi getta.

Sono bravi? Si! Sono liberi? Forse! Sono sfruttati? Certamente! E fra poco, almeno nel giornalismo, lo saranno per legge. Quanto può guadagnare un giornalista? Se sei Bruno Vespa, fino ad un milione e duecento mila euro l’anno, se sei un freelance fino a seimila ero lordi. Venti euro a “pezzo”, trenta righe, meno della dattilografa che li batte a macchina, meno del tipografo che li stampa, meno del giornalaio che li vende, meno dell’operaio che li legge, meno dello spazzino che li raccoglie. Li leggiamo sui giornali, nel blog, nei social network. Ci tengono informati su ciò che ci accade intorno che è spesso quello che i Bruno Vespa ci nascondono.

Sono giovani, smaliziati, qualche volta idealisti: credono che il mondo si possa cambiare, nei loro occhi leggi l’entusiasmo di chi sa che può farcela, di chi sa che le cose possono cambiare, di chi non sa che non è così. Sono dinamici e per questo i migliori, si lanciano nel vuoto, al buio o almeno ti fanno credere che sono disposti a farlo.

Il mercato, l’uomo nero, lo sa. Si ciba di questo, si ciba del loro entusiasmo perché vuole apparire ciò che non è: buono. Gli hanno fatto credere che è sempre stato così: bisogna fare la gavetta. Bisogna sacrificarsi, tutti i più grandi giornalisti hanno fatto gli inviati o i corrispondenti: Montanelli, Biagi, perfino Vespa e la Grubel. Un “lancio di Agenzia” viene pagato poco più di 3 euro, anche se la notizia è che oggi è la fine del mondo. Il pericolo è che conviene tacere, come ci ha insegnato Corona, come tragicamente non aveva capito Ilaria Alpi.

Oggi la comunicazione è tutto, regola la nostra vita, i nostri soldi, il nostro benessere. Se non si vuole far mangiare carne per i prossimi tre mesi basta diffondere la notizia che c’è stato un caso di “mucca pazza” in un allevamento toscano, un caso di aviaria in uno stabilimento di polli e così via.

Qui prodest? Come fai a tenere in un campo di concentramento 15 mila o 20 mila prigionieri, con appena 100 al massimo 200 soldati? Gli dai un pezzo di pane al giorno, tutti i giorni, a tutti. Ne dai due a chi ti controlla la camerata, tre a chi ti distribuisce il pane, quattro a chi ti apre le docce, cinque a chi ti raccoglie i cadaveri, sei a chi te li seppellisce. Sempre che sappiano lavorare, sempre che siano fedeli, sempre che facciano ciò che gli ordini di fare, anche di morire. I cento soldati ti serviranno allora solo per contarli, solo per intimidirli. E’ il pane, il tozzo di pane che li rende schiavi come i venti euro che prevede li nuovo contratto del Sindacato Unico dei giornalisti che in questi giorni si sta apprestando a firmare.

Cosa c’entro io con questa storia? niente ma non posso pensare che in un mondo libero se queste poche righe fossero pubblicate in prima pagina sul maggior quotidiano nazionale non varrebbero l’inchiostro necessario a stamparne una copia.

Abbiamo scelto di cibarci dall’albero della conoscenza e per questo siamo stati cacciati dal Paradiso Terrestre. Lo abbiamo fatto spinti da una donna, Eva la prima donna, ma vi assicuro ne è valsa la pena.

Dall’agorà al social network

Pestum

Bruno Zevi scriveva, ormai nel lontano 1948, in Saper vedere l’architettura: “Che lo spazio, il vuoto, sia il protagonista dell’architettura, a pensarci bene, è in fondo naturale: perché l’architettura non è solo arte, non è solo immagine di vita storica o di vita vissuta da noi o da altri; è anche e soprattutto l’ambiente, la scena dove la nostra vita si svolge.”[1]

I testi di Zevi sono stati il fondamento della cultura architettonica di almeno tre generazioni di architetti italiani. Che l’architettura sia lo spazio dove si inverano le relazioni umane è diventato l’assioma euclideo di tutte le correnti culturali che dal dopoguerra ad oggi si sono formate ed hanno accompagnato il cammino degli architetti e la lettura della critica architettonica.

La “verità evidente” euclidea[2], non lontana dalle citazioni delpostmoderno, trasferì in quegli anni dalla materia allo spazio il valore architettonico: spazio fisico carico di valori formali, simbolici, storici. Dagli anni cinquanta e per tutto il XX Sec., su binari differenti, la cultura architettonica percorse il suo viaggio nel tempo. La critica, ugualmente, rileggeva e soprattutto riscriveva il percorso dell’uomo nella storia. Il focolare domestico per la casa, l’agorà per la città erano il centro dello spazio cosmico attorno al quale nascevano, si radicavano le strutture culturali e sociali della civiltà.

Nella città eterna, Roma, tra la meta del I sec. a.C. e il I sec. d.C., nell’arco di appena 150 anni vennero costruiti quattro fori imperiali, tutti nello stesso luogo. Il foro cambiò forma, orientamento ma conservò tutti i valori simbolici e funzionali originari. L’agorà per i greci, il foro per i romani, la piazza del mercato dal medioevo in poi, a scala urbana, rappresentarono il luogo, lo spazio dove si costruirono le relazioni umane, dove si scambiavano le merci, le idee, dove si caratterizzava l’identità culturale di una civiltà. Lo spazio fisico fu e restò il protagonista dell’architettura.

La domanda che ci poniamo è se anche oggi è così, o meglio, se anche oggi è solo così come Zevi ci ha insegnato. Come sempre accade, la pittura, l’avanguardia delle arti figurative del novecento, fu la prima a leggere einterpretare i cambiamenti della società, svincolata, a differenza dell’architettura, dalla necessità di soddisfare esigenze plurime ma materiali. Tra gli anni ’30 e ’60 la forma riconoscibile della realtà si astrasse fino a scomparire dalla tela (Piet Mondrian, Kazimir Malevich). Negli anni ’50 e ‘60 la materia diventò protagonista, caricata del significato simbolico del gesto (Alberto Burri, Jackson Pollock). All’irrompere dei media nella vita quotidiana, la Pop Art ne rappresentò limiti e opportunità (Roy Lichtenstein, Andy Warhol). L’architettura, nel contempo e in tutto il suo evolversi nella storia, si era caratterizzata nello spazio; spazio mutevole, come mutevoli furono i comportamenti umani. Uno spazio fisico, immanente, ricco di significati, di molteplici letture, di infinite varianti. Nella pittura, però, avvenne ciò che nell’architettura era in qual periodo tecnicamente impossibile: la forma, il colore e finanche la materia scomparvero, restò solo la tela. Lucio Fontana attraversò la tela e con un gesto creò, nei primi anni ’60, il suo primo “Concetto spaziale”. Gli architetti non lo seguirono, almeno per il momento. Negli anni ’70, Christo e Jeanne-Claude prevaricarono i confini: lo spazio architettonico era statico, almeno nel suo complesso, e venne impacchettato con corde e teli di plastica. Sottratti alla vista, i monumenti, i palazzi, le chiese e i ponti abdicarono all’arte. La ricerca architettonica tra gli anni ’60 e ’70 era distratta dal soddisfacimento di bisogni contingenti sopraggiunti: la città, la casa, i luoghi dove si inveravano le relazioni umane andavano reinventati, adeguati, adattati, ristrutturati e, come era iniziato ad accadere nelle grandi e piccole città europee, salvaguardati e tutelati.

Era giunto il momento di muoversi. questa volta sul serio. Piano e Rogers, immaginarono, almeno nel primo progetto, che il loro edificio, il Centro Pompidou di Parigi, si potesse muovere: l’altezza dei piani sarebbe potuta variare al variare delle necessità. La tecnologia adesso lo permetteva, il budget no.

L’arte continuò, inesorabile, la sua corsa in avanti: scomparve lo spazio, l’arte diventò “Concettuale”. Lo spazio restò momentaneamente il luogo dove si compivano i gesti (“Tentativo di far formare dei quadrati invece che dei cerchi attorno ad un sasso che cade nell’acqua” di Gino De Dominicis), il luogo dove artisti come Joseph Beuys posero l’umanità di fronte ai propri orrori. Senza rendersene conto, gli artisti, entrando nel tubo catodico, si trasferirono in un nuovo spazio. I media si trasformarono da mezzo di conoscenza a fine della coscienza collettiva. Beuys riprese le sue performance, Studio Azzurro, collettivo di video-artisti, ne amplificò fino all’eccesso le potenzialità. Lo spazio architettonico era ormai, seppure in ritardo, in moto. L’architettura diventò de-costruita, fluida, dinamica, non è un caso che una delle personalità emergenti degli anni ’90 che si pose tra le archistar indiscusse del XXI secolo fu Zaha Hadid. Non è un caso perché, anche se naturalizzata britannica, il suo retroterra culturale era lontano dalla storia, lontano dal peso della tradizione. Laureata, prima in matematica, la scienza astratta per eccellenza, approdò all’architettura solo dopo la collaborazione con Rem Koolhaas e Elia Zenghelis (OMA): i maestri non si seguono, si superano.

L’architettura è ormai fluida, oseremmo dire liquida e persino gassosa, come nella “Nuvola” di Massimiliano Fuksas. Siamo arrivati al limite dello spazio fisico. Dopo oltre mezzo secolo dal taglio della tela di Lucio Fontana, che segnò il salto della pittura dalla materia allo spazio, siamo arrivati all’architettura che ha modificato la natura del suo spazio fisico. Abbiamo, però, perso di vista in questo viaggio “la scena dove la nostra vita si svolge”. La scena, appunto. Zevi, infatti, nel suo scritto rimandava ad una scena, un ambiente. Rileggendo, ci piace immaginare che nella sua definizione egli abbia, in nuce, previsto ciò che sarebbe accaduto dopo la sua morte: nelle relazioni umane lo spazio, nella sua accezione fisica, è scomparso! In un futuro non remoto gli architetti si troveranno a misurarsi con i nuovi luoghi dell’architettura, scene che, per l’appunto, oltrepassano i confini dello spazio fisico diventando immateriali.

Torniamo per un attimo indietro di qualche millennio. I più antichi manufatti dell’umanità sono costituiti da pietre di selce lavorate in modo da essere rese taglienti, avevano lo scopo di poter aumentare nell’ominide la sua capacità offensiva e difensiva. Tra i primati, gli antenati dell’uomo erano quelli capaci più degli altri di difendersi, di uccidere. Riconosciuta la sua straordinaria capacità di realizzare oggetti, l’uomo iniziò a produrre utensili finalizzati al soddi-sfacimento di bisogni diversi, quali la conservazione dei cibi, il trasporto dell’acqua, la decorazione per il proprio corpo, finanche la realizzazione di oggetti rappresentanti valori assoluti la cui finalità assumeva caratteri sacri ed ancestrali. Anche se creati dall’uomo questi oggetti assumevano, nelle loro fattezze, la sacralità degli idei. La manualità aveva dato vita alla coscienza della società umana.

Durante la seconda guerra mondiale, le necessità belliche avevano spinto gli scienziati tedeschi a immaginare una bomba che potesse raggiungere, lanciata dalle coste continentali, le città inglesi senza che fosse necessario trasportarla per via aerea. La contraerea britannica aveva sviluppato, infatti, un sistema di difesa capace di prevenire e reagire ai raid aerei: si era dotata dei radar. Una bomba di diverse tonnellate di esplosivo dotata di autonomo sistema di lancio e volo prendeva il nome di V2: il primo missile. Era nata l’era della propulsione a reazione. Oggi questa invenzione, nata per uccidere, ci consente di viaggiare in aereo tra un continente e l’altro consentendoci di portare nello spazio i satelliti meteorologici e quelli delle comunicazioni sino ad far atterrare le prime sonde su Marte.

Durante la guerra fredda, negli anni ’60, la difesa americana iniziò a sviluppare una tecnologia capace di mantenere intatti i collegamenti tra le basi militari che eventualmente fossero sopravvissute ad una catastrofe nucleare. Alla fine degli anni ottanta questo sistema, scongiurato il pericolo, venne ceduto all’industria civile: la difesa militare americana, senza probabilmente rendersene conto, aveva donato all’umanità la più grande invenzione destinata a trasformare la vita di tutti i giorni. Questa tecnologia prese il nome di Internet.

Come spesso è capitato nella storia dell’uomo, lo sviluppo di tecnologie nate per soddisfare il più primitivo bisogno di offesa e difesa dell’uomo contro l’uomo è finito per diventare esso stesso strumento di relazione tra individui, società e civiltà diverse.

“Every tool is a weapon if you hold it right” (Ogni strumento è un’arma se si tiene bene) scrive Ani Di Franco. Ogni oggetto creato dall’uomo, una volta prelevato dall’artista è posto così com’è in una situazione diversa da quella di utilizzo, che gli sarebbe propria potrebbe persino mutarsi in un’opera d’arte, ci insegna con la sua “fontana” Duchamp. Le cose sono così come sono spetta a noi riportarle all’arte, secoli prima affermava Federico II.

A cosa ci rimanda tutto ciò? I Social network sono in pochi anni diventati lo strumento che in assoluto produce e mantiene le relazioni sociali tra le nuove generazioni, nuove agorà di scambio di informazioni e idee. Le merci, per evidenti ragioni sono, almeno per adesso, tenute fuori ma se consideriamo il valore del prodotto economico dei servizi rispetto alle merci e il peso economico che queste hanno nella nostra economia, ci rendiamo conto dell’equivalenza tra il vecchio e nuovo foro della società contemporanea.

Similitudini di linguaggio e concettuali si sono già consolidate nella costruzione di questo nuovo spazio: portali di accesso, autostrade telematiche, finestre di dialogo, rimandano a spazi o elementi fisici colle-gando in maniera segni e cose tra loro altrimenti non relazionabili. In questo nuovo spazio ci si muove, seppur lessicalmente, come in uno spazio fisico, si naviga in rete, si aprono finestre, si chiudono appli-cazioni. Nella nuova dimensione ci si può anche perdere, come in “Lost in Google[3]. L’avanguardia non è più arte ma tecnologia, anche questa immateriale. Migliaia di designer vengono impegnati nel mondo per progettare e realizzare dispositivi, tablet e smartphone, necessari per trasmigrare in questo nuovo spazio. La manualità, la tecnica e l’ingegno sono completamente dedicate ai nuovi strumenti di connessione alla rete, così come i bilioni di dollari investiti. La connettività tra il materiale e l’immateriale travalica i suoi confini, come fece un tempo l’arte con l’architettura. La casa è domotica, connessa con i suoi abitanti, dialoga continuamente con loro: accende il camino prima che i suoi abitanti rientrino, partecipa alle attività domestiche e chiede aiuto in caso di infrazione.

Come ogni nuovo continente, il nuovo non-luogo viene colonizzato da culture e civiltà diverse e diversificate che ne caratterizzeranno e comprometteranno nel tempo il suo sviluppo. Non è, infatti, un caso che gli Stati Uniti erano una colonia britannica, il Canada, francese, il Messico e buona parte del Sud America, spagnola, e la restante portoghese. Un imprinting culturale oltre che linguistico che si è conservato nei secoli.

La sfida adesso è lanciata: quale sarà l’imprinting che la cultura architettonica contemporanea riuscirà, prima che sia troppo tardi, a dare a questo nuovo spazio dove si relazionano e relazioneranno sempre più le persone?Facciamo un altro piccolo passo indietro. Bill Gates, fondatore di Microsoft, negli anni novanta pubblica un saggio scritto a quattro mani dal titolo “La strada che porta al domani”[4]. Letto a quell’epoca il testo poteva essere considerato, come tanti altri pubblicati da manager di successo, un’autobiografia celebrativa di un giovane ragazzo diventato miliardario per aver investito tutto il suo tempo e i suoi pochi soldi in un azienda che scalerà le vette di Wall Street. Dal testo estrapoliamo due concetti che apparivano allora secondari. Il primo l’ammissione di colpa per aver, nella sua prima fase di sviluppo dei suoi software, sottovalutato l’apporto del web e di internet[5]; il secondo, la visione che il futuro sarà costituito da un capitalismo “senza attrito”, fondato ed alimentato dalla connettività tra le persone. Il testo si chiudeva con l’affermazione che la diminuzione del lavoro prodotta dalla diminuzione dell’attrito del capitale avrebbe aumentato il tempo libero che sarebbe stato impegnato nel soddisfacimento di bisogni intellettuali favoriti dalla connettività. La bolla economica statunitense ha infatti creato milioni di disoccupati che impegnano il proprio tempo postando e messaggiando connessi ai Social network. I due aspetti, apparentemente slegati dalla critica architettonica devono essere, al contrario,considerati alla stregua dei primi dolmen della storia dell’architettura. Attendiamo, inermi, le nuove evoluzioni delle tecnologiche. Una volta, queste venivano considerate scoperte, come il Nuovi Mondi di Colombo, Vespucci o Magellano: si scopriva il fuoco, la gravità, le radiazioni, la penicillina. Oggi la tecnologia crea nuova tecnologia, rendendo immediatamente obsoleta quella esistente. L’alienazione prodotta dalle nuove forme di comunicazione e relazione è dietro l’angolo, ma altresì le possibilità di socializzazione che esse offrono sono infinite. Questo nuovo spazio è vissuto quasi più dello spazio fisico, le nuove generazioni hanno più ricordi della loro vita postati nei server dei Social Network che nei cassetti delle loro scrivanie. Anche le rivoluzioni che per definizione nascono nelle piazze, hanno trovato nella rete il luogo dove si sono iniziati ad aggregare le istanze delle masse. Gli storici inizieranno a scrivere non più di rivoluzioni come quella di piazza mercato a Napoli del 1647 o di Piazza Tienanmen a Pechino del 1989, ma scriveranno della Primavera araba del 2011 nella nuova agorà di nome Twitter o Facebook.

Questi spazi immateriali posso essere anche invasi. “I barbari. Saggio sulla mutazione”[6] di Alessandro Baricco ci rappresenta una società in mutazione, dove i barbari non sono popolazioni primitive di nomadi che premono sulle mura dell’impero ma una giovane generazione con elevate conoscenze tecnologiche prive di riferimenti culturali, una generazione che non ha bisogno di sapere nulla perché tutte le informazioni sono facilmente recuperabili sui motori di ricerca come Google; non ha bisogno di visitare o conoscere nessuna città, perché possono farlo utilizzando Street View comodamente dal PC; una generazione che condanna o assolve ciò che accade nella “piazza immateriale”, così come nelle arene dell’antica Roma, con il “pollex versus” che assume oggi la più semplice connotazione di “Mi piace”[7]. Questo spazio immateriale è per tutto quanto detto “la scena dove la nostra vita si svolge”, come scriveva Zevi. Questo nuovo spazio sarà l’architettura del prossimo futuro.

Bill Gates, Steve Jobs, Mark Zuckerberg, i primi maniscalchi del nuovo spazio, hanno definito quale potesse essere questa nuova scena, correndo il rischio di trasformarsi nei faraoni delle nuove piramidi segnando per sempre il cammino di questa odierna civiltà e lasciando a noi il solo compito di trascinare delle grandi pietre.

Note:

[1] B. Zevi, Saper vedere l’architettura, Einaudi, 1948.

[2] In filosofia, contrariamente alla matematica, gli assiomi assumono il significato di verità evidenti tali che non necessitino di essere dimostrate; in matematica l’assioma è la condizione per la quale la dimostrazione del teorema è valida se è vero il postulato anche se non dimostrato.

[3]”Lost in Google” è una web-serie di successo pubblicata da The Jackal sul canale web di You Tube, ottenendo, oltre che diversi premi dalla critica cinematografica, centinaia di migliaia di visualizzazioni.

[4] B. Gates, La strada che porta al domani, Mondadori, Milano, 1995.

[5] Nei primi anni novanta la piattaforma di navigazione nel Web era un software di nome Netscape, il colosso Microsoft dal ’95 iniziò una vera e propria lotta, violando le leggi antitrust, al fine di indebolire la presenza sul mercato di Netscape per sostituirlo con Internet Explorer, parte integrante del sul suo sistema operativo.

[6] A. Baricco, I barbari. Saggio sulla mutazione, Feltrinelli, Milano, 2008.

[7] Il gradimento di un post è rappresentato dagli utenti dei Social Network dall’aggiunta di un “mi piace” che viene attivato da un icona a forma di pollice verso.

I limiti dello sviluppo – The Limits to Growth

Non dovrebbe esistere politico, tecnico, amministratore che possa definirsi tale senza che abbia letto il “Rapporto sui limiti dello sviluppo”(The Limits to Growth). Non dovrebbe esistere perché se è vero che milioni di persone si sono interessate al calendario Maya è anche vero che 12 milioni di persone hanno letto il Rapporto in tutto il mondo.

Nel 1972 un gruppo di allora giovani ricercatori del MIT di Boston pubblicò un rapporto basato su studi, ricerche, statistiche, bla, bla, bal, che attraverso delle previsioni avrebbe previsto il collasso del sistema intorno al 2030. Nel 2004 il rapporto venne aggiornato e quello che meravigliò il mondo fu che le previsioni di 40 anni prima erano risultate esatte. Per rendere semplice cose che per loro natura sono complesse dovremmo sintetizzare i risultati del rapporto in modo da chiarire e chiarirci le idee.
Secondo Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jorgen Randers e William W. Behrens III, autori del rapporto, gli indicatori dello sviluppo erano: la popolazione mondiale, le risorse non rinnovabili, la produzione industriale, l’inquinamento, la produzione alimentare. Dovrebbe essere facile ai più comprendere che se aumenta la popolazione mondiale deve aumentare anche la produzione alimentare. All’aumento della produzione industriale corrisponde la diminuzione delle risorse non rinnovabili e l’aumento dell’inquinamento. All’aumento della popolazione, della produzione e dell’inquinamento corrisponde la diminuzione di suolo per la produzione alimentare e così via. A queste variabili se ne aggiungono altre più complesse ma che permettono la creazione di diversi scenari possibili.
Dal più catastrofico al più ottimistico, tutti gli scenari stabilivano che intorno al 2030 ci sarebbe stato un collasso.
E’ inutile dire che il rapporto venne accolto dal mondo economico ed industriale come la solita propaganda ambientalista anticapitalistica.L’indifferenza del mondo politico e deconomico servì nel tempo solo a confermare nei successivi 30 anni le previsioni fatte dal rapporto.
L’inerzia confermò la previsione. Nella riformulazione del rapporto del 1993 e del 2004 i dai reali coincidevano con le previsioni statistiche. Per chiunque, a questo punto, sarebbe facile presupporre che nel 2030 si assisterà realmente al collasso.

Questo decennio è iniziato con una crisi globale che ha portato la recessione nel mondo occidentale ed uno sviluppo industriale impensabile in paesi che erano ritenuti se non poveri arretrati. La maggioranza della popolazione mondiale è concentrata in India e Cina dove concentrate sono le produzioni industriali, concentrato è l’inquinamento, concentrate sono le necessità di alimentazione. La crescita, sia demografica che industriale, ha raggiunto valori pari a zero in gran parte dell’Europa. Lo scenario è potenzialmente catastrofico se non fosse per l’imprevedibilità reale dei mercati finanziari e le grandi migrazioni del Nord Africa verso l’Europa.
La parola d’ordine dei governi è la riduzione dello spreco, delle spese ed ovviamente dei servizi. Ridurre i consumi, utilizzare risorse rinnovabili e soprattutto cambiare gli stili di vita sono, ormai, le uniche cose da fare. Bravi. Dopo aver denigrato il rapporto e negato per ben due volte l’evidenza oggi ci dicono, anzi ci impongono, di rivedere ciò che auspicavamo essere il nostro futuro. Ma mentre lo fanno, giorno per giorno, restano ben attenti a tutelare i loro privilegi, i loro interessi, le loro prerogative. Con la scusa di sostenere la popolazione Libica inscenano una guerra non dichiarata all’esercito regolare con il solo fine di mantenere il controllo della produzione del greggio. Nel conflitto interviene anche l’Italia, l’intervento è definito con scopo umanitario ma nei talk show i politici e commentatori parlano apertamente di un interesse strategico per conservare i contratti commerciali per l’estrazione del petrolio. La Francia di Sarkozy, membro della Nato e dell’ONU, inizia  i bombardamenti prima di ogni altro atto, documento o risoluzione, prodotto dalle due organizzazioni, che saranno delle sanatorie a ciò che si compiva. Liberté, Egalité, Fraternité è scritto in ogni edificio pubblico francese, in ogni ambasciata, in ogni tribunale, come il cristo in croce in ogni edificio pubblico italiano. Eppure chi occupa le scrivanie seduto sulle sedie al di sotto di queste icone, forse proprio perché le ha alle spalle, le ignora.
“I limiti dello sviluppo” non sono leggende metropolitane o propaganda ambientalista, anche se si prestano ad esserlo, ma calcoli statistici spesso di una banalità sconcertante che ci pongono di fronte ad un bivio: essere o non essere consapevoli di ciò che ci aspetta, di ciò che stiamo facendo.
Il nostro compito è quello di ricordare che spesso ciò che appare essere improbabile è destinato ad essere certo;
Il nostro destino é compiuto. Contrariamente a quando avveniva in passato non è una Sibilla a predircelo ma un gruppo di ricercatori che, a differenza del passato, cercano nella scienze sociali ed economiche le risposte di come sarà il futuro dell’umanità

Ea quae sunt sicut sunt – “Le cose sono, così come sono”

Per Federico II era semplice come bere un bicchiere d’acqua. Eppure leggendo i giornali non è sempre così: le cose appaiono, ma non sono. Non mi riferisco ad episodi particolari avvenuti in determinati momenti, ne accaduti in luoghi particolari. Come abbiamo già avuto modo di scrivere la storia la scrivono i vincitori ma non sempre la sanno scrivere, come le notizie vengono scritte dai giornali o trasmesse dai media, ma spesso non è detto che chi li controlla lo sappia fare.
Non è detto. Questo perché, come spesso avviene, il caos prevale sulla pianificazione. La prima legge di Marphy dice infatti: “Se qualcosa può andare storto, di sicuro accadrà”.
Per fortuna questo vale sia per noi che per i potenti di turno e allora vai con le gaffe dei giornalisti, le indiscrezioni imbarazzanti, le foto rubate, il gossip, ma anche v le improvvise catastrofi. Ognuno di questi eventi piccolo o grande che sia, finisce sempre per mascherare il “sistema”.
Il Re è nudo!. Ci si accorge della sua umanità, della sua debolezza e, qualche volta, anche delle sue perversione. Foto, video, e qualche volta lettere private o peggio confidenziali rimbalzano sulla rete più veloce della rete stessa. E subito smentite o comunicati del tipo: imbarazzo nel governo, imbarazzo ai vertici di tale società. Imbarazzo? Si può imbarazzare un bambino a cui scappa una flatulenza, vorrebbe morire, scomparire, sciogliersi, dileguarsi, scappare e se nessuno lo fermasse lo vedremmo correre via dalla classe, rosso come il sole al tramonto. Eppure questo imbarazzo nelle cancellerie, nei palazzi presidenziali, nei consigli di gabinetto, nei consigli di amministrazione, nei consigli regionali, nelle giunte, nelle segreterie non l’ho mai visto. E altro che flatulenze si sono fatte. Si uccidono erroneamente in pseudo conflitti civili inermi per errore e subito imbarazzi delle ambasciate. Si condannano innocenti e dopo anni di detenzione, imbarazzo nella Procura. Si fanno fallire intere famiglie con titoli tossici ed imbarazzo nei C. d. A. delle Banche. Avete voi mai visto un politico, diventare rosso? Un manager, un capo di stato maggiore, un ambasciatore?
Eppure i fatti, le cose sono apparse, si sono manifestate nella loro pienezza. L’unico rammarico che abbiamo e che quando leggiamo i giornali o qualsiasi altro media non ne troviamo spesso traccia anche se nell’aria sentiamo un forte odore.

E’ facile perdersi in Google

Con il quinto episodio termina la fortunata webserie di “Lost in Google”. Il primo episodio inizia con una frase che dopo poco più di un anno è candidata a diventare il simbolo di una generazione: “Hai mai cercato Google in Google?”. Per chi non lo sapesse, la serie si basa sui post e commenti fatti dagli utenti su YouTube dell’episodio precedente. Il mezzo con cui sono state realizzate le sceneggiature ha ricevuto numerose critiche positive da blog e testate giornalistiche. L’idea è fuori di dubbio originale, lo strumento anche. L’ultima puntata ha ricevuto oltre 200.000 visualizzazioni: un vero successo. Se un appunto può essere fatto riguarda i contenuti che gli autori, in questo caso gli utenti di YouTube, propongono ai produttori: alcuni di sicuro esilaranti, altri scontatamente banali, altri ancora completamente privi di qualsiasi senso logico.

La colpa, crediamo noi, e ci viene confermata da un testo di Alessandro Baricco “I barbari”, è dello strumento. I Social Network, come i SMS  e la facilità con cui oggi si possono trovare risposte nella rete (Google per l’appunto),  atrofizza le curiosità intellettuali delle persone, riduce il linguaggio e spesso i contenuti al minimo. La conclusione di tutto ciò è che non è Simone Ruzzo (il protagonista della serie n.d.r.) ad essersi perso in Google, ma la società stessa; non spetta a Proxy trovarlo ma a noi, senza rinunciare ad essere complessi, senza rinunciare ad essere.